Visions from 2050

Bea Martin: Topo[grafie] dell’Inconscio

di Bea Martin

Adattato da Bea Martin, Topo[graphies] of the Un/conscious, Vol 1 No 2 (2020): Narrative Architecture, 2020

 

Se le avanguardie artistiche e i rivoluzionari sociali hanno sentito una particolare affinità l’uno con l’altro, prendendo in prestito i rispettivi linguaggi e idee, sembra essere stato nella misura in cui entrambi sono rimasti impegnati nell’idea. L’ultima verità nascosta del mondo è che è qualcosa che facciamo e che potremmo fare altrettanto facilmente in modo diverso.

L’utopia delle regole David Graeber

Le narrazioni future sono legate a un nuovo tipo di topografia. Ridisegnate su e-maps, esponendo le interazioni di testo e spazio a livello emotivo. In termini di mappatura, una storia può essere disposta come una traiettoria esperienziale su una geografia esistente, molto simile a un palinsesto, dove la topografia stessa si evolverà nel processo di una stratificazione visiva.

Inquadrate come una mappatura di una “cartografia dell’immaginazione” emozionale, queste esplorazioni di una topografia rizomatica toccano gli spazi vissuti e i luoghi occupati dell’essere. Una psicogeografia, una mappa abitata. Una registrazione grafica che traccia il movimento e gli impulsi del sentimento che poi diventano sintomatici della loro stessa condizione dislocata.

Nelle sue varie configurazioni narrative, la mappatura non riproduce il principio ordinatore dell’incontro analitico ma cerca piuttosto di tracciare un movimento. Mi interessa la narrazione di una topografia delle emozioni elettroniche. Un mezzo che connette l’essere allo spazio e impegna la seduzione dell’architettura e dei suoi luoghi della mente. La topografia emozionale riguarda un itinerario, un viaggio psico-logico attraverso il quale si arriva a sperimentare l’essere. È una sorta di cartografia del luogo, senza tempo, le cui linee compositive toccano il nostro essere interiore e disegnano il luogo alla maniera di un paesaggio intimo. Si tratta di un costrutto visivo la cui porosità è il sistema stesso della nostra interiorità, la ‘materia’ del nostro tessuto interiore, un luogo dove le linee diventano uno spazio, un’architettura dell’inconscio.

Secondo Félix Guattari (2011), abbiamo l’inconscio che ci meritiamo¹. Per lui, l’inconscio è qualcosa che ci trasciniamo dietro sia nei nostri gesti che negli oggetti quotidiani². Portandoci a credere che la soggettività dell’inconscio sia immanente alla nostra “natura essenziale”. L’inconscio è in costante reterritorializzazione e deterritorializzazione mentre si muove coscienziosamente. I sogni costituiscono un’astrazione tangibile dei diversi aspetti materiali della nostra vita di veglia. Diverse logiche di intensità sono combinate, persino rizomizzate su se stesse. Qui, l’inconscio è un processo immaginativo da liberare, e così facendo incarna una poesia creativa alla soglia dell’essere. L’inconscio è ulteriormente teorizzato come una “fabbrica” capace di una produzione desiderante non essenzialista³. Il contenuto è sempre inestricabilmente legato a un campo abitato. Se l’inconscio è una macchina, allora può ricreare se stesso secondo la sua posizione all’interno di un campo di relazioni che lo situa, lo colloca ed eventualmente lo muove

Le mie esplorazioni topografiche tentano di rivelare, o meglio, di portare alla consapevolezza questo campo attraverso il quale tutte le nostre memorie esperienziali sono mediate – un ‘campo dell’essere’. Il mio interesse è nel modo in cui lo spazio architettonico si registra in tale campo, o psiche. Questo include un’esplorazione grafica dei processi cognitivi e la loro rappresentazione visiva, una mappatura strutturale dello spazio mentale attraverso cornici e pieghe della memoria, così come il campo tettonico in cui avviene l’incontro psicoanalitico tra narratore e racconto su un disegno.

All’interno di un campo di emozioni, le relazioni topografiche delle parti componenti non sono stabili e fisse; piuttosto, possono essere collocate male, dislocate e ricollocate tra campi diversi, mettendo così alla prova i processi di codifica, stratificazione e territorializzazione. Un disegno che è fatto di articolazioni condizionate, gerarchie, composizioni e campi stratificati.

e-Motional min(e)d fields – Campi emozionali/mobili della mente/minati

La topografia che intrattiene l’inconscio include gli abitanti e le forme del loro passaggio attraverso gli spazi, compresi i luoghi dell’essere. Questo schizo-paesaggio è un terreno costituito da imbarcazioni. Un luogo che allo stesso tempo “trattiene e muove”. Qui, l’idea di vascello ha un doppio significato: quello dell’imbarcazione e quello dell’arteria; implica fluidità e lettura di mappe. Queste geo[grafie] dell’essere e delle navi generano una sorta di cartografia. Un sistema di navigazione di rappresentazioni ordinate e modellate come itinerari da sperimentare in una visione che impone il movimento.

Ciò che qui viene esplorato e corroso è il piano di una topografia inconscia in cui le emozioni ci possono “muovere”, perché esse stesse si organizzano come un percorso. Queste sono mappate come trasformazioni tettoniche, disegnate come espressioni in movimento. Un movimento incarnato a diverse velocità che attiva i sensi in una sequenza aggregata di risposte emotive. Evocando l’emozione nella forma del movimento mentre lo si percorre. Questa esplorazione delle emozioni nella formazione di spazi disegnati esperienziali impone una collisione di ambiguità concettuali; queste possono essere sotto forma di confini, superfici e passaggi. Un terreno dialettico di innumerevoli soglie.

La parola ‘ambiguità’ qui non è utilizzata nel suo significato letterario; lo scopo è quello di esplorare le tracce, di manipolare le linee, di pungolare l’inconscio e scoprire territori incontaminati della mente e forse tentare una qualche misura di concretezza. Le proprietà mutevoli delle parole e la loro capacità di portare molteplici significati in una varietà di modi, sono una componente importante del linguaggio poetico, come lo sono per l’espressione visiva. In nessun modo, tale narrazione è intesa a funzionare come una licenza per cercare significati multipli senza consapevolezza del contesto di controllo in cui l’ambiguità può apparire; al contrario, è fondamentale considerare scopo, contesto e condizione, oltre alla narrazione di fondo, quando si esplica il significato.

Così facendo, questa geografia discorsiva intenzionale è mobilitata da molteplici tattiche di lettura dello spazio, trasformando il dialogo descrittivo in un discorso rappresentativo, una mappatura narrativa dei luoghi e dell’essere, un campo di “abitanti e vascelli”.

Guidati da un impulso topografico, questi costrutti visivi esplorano la direzione interna di un campo dell’essere ed espongono la sua disposizione interna. Modifiche cartografiche incorniciate, dove il costrutto in movimento stesso è teorizzato, metaforicamente, come una nave, come un mezzo di trasporto che ci sta portando via in un viaggio emotivo; una nave che diventa il veicolo delle emozioni. Questi campi emozionali non sono più mappati da un occhio lontano, piuttosto un terreno mappato come “mente propria”, narrazioni topografiche come in un teatro della memoria.

L’organismo spaziale dell’architettura ha fornito un potenziale quadro di organizzazione della conoscenza. Una volta visualizzati, questi oggetti decontestualizzati, estratti da diversi intervalli, diversi luoghi e appartenenti a diversi ordini, sono tutti in grado di assumere lo stesso significato sul palinsesto macchinico aggregato. La memoria qui è ripetizione, ma con una differenza, non è narrazione. La ripetizione crea una variazione nel modo in cui le cose appaiono, aprendo la strada alla novità. La memoria deve essere trans-figurativa. Esige una de-territorializzazione e una ri-territorializzazione. Hegel non ha ridotto la memoria a una sorta di noiosa narrazione del passato; ha voluto creare qualcosa di permanentemente in movimento. Una ruota che gira, ritorna e gira di nuovo. Il suo teatro della memoria era una specie di perpetuum mobile. Un meccanismo di memoria che si ricrea e si rimette in scena all’infinito.

Le rappresentazioni spaziali includono macchinari tettonici nella sua topografia. Sono desiderosi di un’architettura: una ‘stanza’ in cui vagare e farla propria. Il fare della topografia come una stanza propria è un processo antropologico che ha percorso un itinerario di collazioni pastiche. Questo, tuttavia, non è un semplice processo ad hoc. La costruzione di questa stanza sfocata implica diventare lo spazio e intraprendere un discorso mnemonico dominante di interiorità. La cartografia non si riferisce più a un contesto reale, ma mostra la memoria latente o il significato di un sito trasformandolo in un paesaggio surrealista della mente, un sistema capace di influenzare ulteriori luoghi della mente.

Luoghi analogici della mente

Questi luoghi della mente e la loro relazione spaziale, si possono immaginare vuoti, aridi e vacanti, ma non si possono immaginare senza uno spazio d’essere. I costrutti comprendono la probabilità delle condizioni ma richiedono anche una tassonomia. Nel regno dell’infinita presenza dell’essere, il funzionamento istintuale detta la molteplicità delle posizioni e dei condizionamenti. I vari strati della coscienza sono da intrufolare in vista di nuovi paradigmi. È in questo campo di pesante sedimentazione del distacco contingente dell’Essere che si deve procedere al processo di interiorità.

G. Ballard (1991) ha scritto di un uomo portato alla follia dalla consapevolezza dell’interiorità nel suo racconto “Lo spazio enorme”: “Chiudendo fuori il mondo la mia mente può essere andata alla deriva in un regno senza metri o senso di scala. Per tanti anni ho desiderato un mondo vuoto, e potrei averlo inconsapevolmente costruito in questa casa. Il tempo e lo spazio si sono precipitati per riempire il vuoto che ho creato.” Le caratteristiche extradimensionali dello spazio mentale che conferiscono realtà a un mondo nascosto di illusioni, come scrive Ballard, “sono venute a reclamarmi”. Nell’oscurità dei nostri pensieri l’invisibile diventa visibile. Questo è un meta-luogo, uno spazio senza limiti fisici. Queste figurazioni, fabbricazioni, allucinazioni, sono una rappresentazione del luogo all’interno di uno spazio in costante narrazione. Una scala supplementare interferisce con il tentativo di conquistare questi interni oscuri e sconosciuti, l’ordine naturale è imperituramente disturbato, la geometria come la conosciamo non riesce a rispondere. La paralisi si instaura, causata dalla constatazione che il problema di fondo della rappresentazione è il dilemma della comprensione del luogo che ci avvolge tutti. Eppure la domanda persiste: cosa intendiamo per luogo?

Note:
¹ Félix Guattari (2011) The Machinic Unconscious: Essays in Schizoanalysis, trans. T. Adkins, (Los Angeles: Semiotext(e)), 9
² Ibid., 10
³ Félix Guattari, Gilles Deleuze, (1983) Anti-Oedipus: Capitalism and Schizophrenia (Minneapolis: University of Minnesota Press; Reprint edition)
Ibid.
come vaso sanguigno
Simon Critchley, Memory Theatre (London: Fitzcarraldo Editions; 2014), 74
J. G. Ballard, War Fever (New York: Farrar, Strauss and Giroux; 1991), 128

 

Traduzione di Diego Repetto

Bea Martin

FBBeLK

in breve
Bea Martin – bio

Bea Martin è un architetto britannico e docente senior in architettura e tecnologia presso l’Università di Huddersfield, dove è anche responsabile del corso BA (Hons) Architecture.
È la fondatrice di Archilibs (Architecture ad libs) uno studio di design sperimentale che esplora le forme dell’architettura e l’architettura della forma. Un’indagine concettuale, digitale e analogica, attraverso un processo di disegno e realizzazione, una ricerca sia tecnica che filosofica.
Il suo discorso visivo impegna il disegno ad essere concepito come un assemblaggio macchinico – un disegno che è multiplo. La sua funzione o significato non dipende più da una verità o identità interiore, ma dai particolari assemblaggi che forma con altri disegni. La metodologia di Bea traccia un’analogia con il lavoro di Deleuze e Guattari esplorando il disegno come un assemblaggio. Un’esplorazione di come il disegno è messo insieme e stratificato come soggetto, e un’attenta manovra attraverso la tetra concezione del ‘corpo drogato’ fornita da questi due filosofi. Sostenendo che un disegno dovrebbe, in definitiva, essere valutato per ciò che può fare (piuttosto che per ciò che essenzialmente ‘è’) e che gli assemblaggi dovrebbero essere valutati in relazione al loro permettere, o bloccare, il potenziale di un disegno di diventare altro.
Bea sta attualmente esplorando queste filosofie nel suo dottorato di ricerca.

La chiave del disegno

Cefalopode, 2021

Equilibrio, 2021

Incorporeità, 2021

Scarlet Portière: Spazio Liminale, 2021

Socious: la macchina territoriale, 2021

Original version

Bea Martin: Topo[graphies] of the Un/conscious

 

by Bea Martin

Adapted from Bea Martin, Topo[graphies] of the Un/conscious, Vol 1 No 2 (2020): Narrative Architecture, 2020

 

If artistic avant-gardes and social revolutionaries have felt a particular affinity for one another, borrowing each other’s languages and ideas, it appears to have been insofar as both have remained committed to the idea. The ultimate hidden truth of the world is that it is something that we make and could just as easily make differently.

The Utopia of Rules David Graeber

Future narratives are bound to a new kind of topography. Re-drawn on e-maps, exposing the interactions of text and space on an emotional level. In mapping terms, a story can be laid out as an experiential trajectory on an existing geography, very much like a palimpsest, where the topography itself will evolve in the process of a visual stratification.

Framed as a mapping of an emotional “cartography of the imagination”, these explorations of a rhizomatic topography touch the lived spaces and occupied places of being. A psychogeography, an inhabited map. A graphical record that trails the movement and impulses of feeling which later become symptomatic of their own dis-placed condition.

In its various narrative configurations, mapping along does not reproduce the ordering principle of the analytical encounter but rather tries to chart a movement. I am interested in the narrative of a topography of e-motions. A medium that connects being to space and engages the seduction of architecture and its places of the mind. Emotional topography is about an itinerary, a psycho-logical journey by which one comes to experience being. It is a kind of cartography of place, timeless, whose compositional lines touch our inner being and draw place in the manner of an intimate landscape. This is a visual construct whose porosity is the very system of our interior, the ‘stuff’ of our inner fabric, a place where lines become a space, an architecture of the unconscious.

According to Félix Guattari (2011), we have the unconscious we deserve¹. For him, the unconscious is something that we drag around with ourselves both in our gestures and daily objects². Leading us into believing that the subjectivity of the unconscious is immanent to our ‘essential nature’. The unconscious is in constant reterritorialisation and deterritorialisation whilst moving conscientiously. Dreams constitute a tangible-abstraction of the different material aspects of our waking life. Different logics of intensity are combined, even rhizomised upon themselves. Here, the unconscious is an imaginative process to be unleashed, and in doing so epitomises a creative poeisis at the threshold of being. The unconscious is further theorised as a ‘factory’ capable of non-essentialist desiring-production³. Content is always inextricably linked to an inhabited field. If the unconscious is a machine then it can recreate itself according to its position within a field of relations that situate, place, and eventually move it.

My topographic explorations attempt to reveal, or better perhaps, bring into awareness this field through which all our experiential memories are mediated – a ‘field of being’. My interest is in how architectural space registers in such field, or psyche. This includes a graphic exploration of cognitive processes and their visual representation, a structural mapping of mental space through frames and folds of memory, as well as the tectonic field in which the psychoanalytic encounter between narrator and narrative takes place on a drawing.

Within a field of emotions, the topographic relationships of component parts are not stable and fixed; rather, they can be mis-placed, dis-placed, and re-placed amongst different fields, thus testing processes of coding, stratification, and territorialisation. A drawing that is made up of conditional articulations, hierarchies, compositions, and stratified fields.

e-Motional min(e)d fields

The topography that entertains the unconscious includes inhabitants and the forms of their passage through spaces, including places of being. This schizo-landscape is a terrain of vessels. A place that both “holds and moves”. Here, the idea of the vessel carries a double meaning: that of the ship and that of the artery; it implies fluidity and map-reading. These geo[graphies] of being and vessels must entail some sort of charting. A navigational system of representations ordered and moulded as itineraries to be experienced in a viewing that mandates motion.

What is explored and weathered here is the plan of an unconscious topography in which emotions can ‘move’ us, for they themselves organise as a route. These are mapped as tectonic transformations, drawn as moving expressions. An embodied motion at different speeds that activate the senses in an aggregated sequence of emotional responses. Evoking emotion in the shape of motion as one travels through it. This exploration of emotions in the formation of experiential drawn spaces dictates a collision of conceptual ambiguities; these can be in the form of boundaries, surfaces, and passages. A dialectical terrain of countless thresholds.

The use of the word ‘ambiguity’ here is not a literary attempt; the aim is to explore the traces, to manipulate the lines, to prod the unconscious and uncover unspoiled territories of the mind and perhaps attempt at some measure of solidity. The mutable properties of words and their ability to carry multiple meanings in a variety of ways, are a major component of poetic language, as they are for visual expression. In no way, such narrative is meant to work as a license to search for multiple meanings with no awareness of the controlling context in which ambiguity may appear; on the contrary, it is fundamental to consider, purpose, context, and condition, in addition to the running backdrop narrative, when explicating meaning.

In so doing, this intentional discursive geography is mobilised by multiple tactics of reading space, transforming the descriptive dialogue into a representational discourse, a narrative mapping of places and being, a field of “inhabitants and vessels.”

Over driven by a topographic impulse, these visual constructs explore the inner direction of a field of being and expose its interior disposition. Cartographic framed edits, where the moving construct itself is theorised, metaphorically, as a vessel, as a means of transportation that is carrying us away on an emotional journey; a vessel that becomes the vehicle for emotions. These emotional fields are no longer mapped by a distant eye, rather a terrain mapped as “mind of one’s own”, topographic narratives as if in a memory theatre.

The spatial agency of architecture has provided a potential framework for organising knowledge. Once visualised, these decontextualised objectiles, extracted from different intervals, different places and belonging to different orders, are all able to take on the same significance on the aggregated machinic palimpsest. Memory here is repetition, but with a difference, it is not recitation. Repetition creates a variation in the way things appear, paving the way to novelty. Memory needs to be trans-figurative. It demands a de-territorialisation and re-territorialisation. Hegel did not reduce memory to a kind of dull recitation of the past; he wanted to create something permanently moving. A wheel that turns, returns, and turns again. His memory theatre was a kind of perpetuum mobile. An endlessly recreating and re-enacting memory mechanism.

Spatial representations include tectonic machinery in its topography. I eager for an architecture: a ‘room’ in which to wander and make my own. The making of topography as a room of one’s own is an anthropological process that has travelled a route of pastiche collations. This, however, is not a simple ad-hoc process. The construction of this fuzzy room involves becoming the space and embarking on a dominant mnemonic discourse of interiority. Cartography no longer refers to an actual context, but it shows the latent memory or meaning of a site turning it into a surrealist landscape of the mind, a system capable of influencing further mind places.

Analogue Places of Mind

These mind places and their spatial relation, I can imagine them hollow, barren, and vacant, but I cannot imagine them without a space of being. Constructs comprise the probability of conditions but also require a taxonomy. In the realm of the infinite presence of being, one’s instinctual functioning dictates the multiplicity of positions and conditionings. The various strata of consciousness are to be intruded in readiness for new paradigms. It is this field of heavy sedimentation of the contingent detachment of Being that one is to proceed with the process of interiority.

G. Ballard (1991) wrote of a man driven to madness by awareness of interiority in his story “The Enormous Space”: “By shutting out the world my mind may have drifted into a realm without yardsticks or sense of scale. For so many years I have longed for an empty world, and may have unwittingly constructed it within this house. Time and space have rushed in to fill the vacuum that I have created.”. The extra-dimensional features of the mental space that lend reality to a hidden world of illusions, as Ballard writes, “came to claim me.” In the darkness of our thoughts the invisible grows visible. This is a meta-place, a space with no physical limits. These figments, fabrications, hallucinations, are a representation of place within a place in constant recitation. A supplementary scale interferes with the attempt at conquering these shadowy unknown interiors, natural order undyingly disturbed, geometry as we know it, fails to respond. Paralysis sets in, caused by the realisation that the underlying problem with representation is the dilemma of understanding the place that envelopes us all. Yet the question lingers: what do we mean by place?

Note:
¹ Félix Guattari (2011) The Machinic Unconscious: Essays in Schizoanalysis, trans. T. Adkins, (Los Angeles: Semiotext(e)), 9
² Ibid., 10
³ Félix Guattari, Gilles Deleuze, (1983) Anti-Oedipus: Capitalism and Schizophrenia (Minneapolis: University of Minnesota Press; Reprint edition)
Ibid.
as in blood vessel
Simon Critchley, Memory Theatre (London: Fitzcarraldo Editions; 2014), 74
J. G. Ballard, War Fever (New York: Farrar, Strauss and Giroux; 1991), 128

Bea Martin

FBBeLK

in short version
Bea Martin – bio

Bea Martin is a British architect and a Senior Lecturer in Architecture and Technology at the University of Huddersfield where she is also the BA (Hons) Architecture course leader.
She is the founder of Archilibs (Architecture ad libs) an experimental design studio exploring the Forms of Architecture and the Architecture of Form. A conceptual investigation, digital and analogue, through a process of drawing and making, research that is both technical and philosophical.
Her visual discourse engages drawing to be conceived as a machinic assemblage — a drawing that is multiple. Its function or meaning no longer depending on an interior truth or identity, but on the particular assemblages, it forms with other drawings. Bea’s methodology draws an analogy to the work of Deleuze and Guattari by exploring drawing as an assemblage. An exploration of how the drawing is put together and stratified as a subject, and a careful manoeuvre through the bleak conception of the ‘drugged body’ provided by these two philosophers. I argue that a drawing should, ultimately, be valued for what it can do (rather than what essentially ‘is’) and that assemblages should be assessed in relation to their enabling, or blocking, of a drawing’s potential to become other. Bea is currently exploring said philosophies in her PhD.

Drawing’s Key

Cephalopod, 2021

Equilibrium, 2021

Incorporeality, 2021

Scarlet Portière: Liminal Space, 2021

Socious: The Territorial Machine, 2021