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ARS RURALIS: SGUARDO DI NATURA

Sguardo di Natura

di Simone Mulazzani
Ars Ruralis

La Figura ed il mito di Diana risultano assolutamente centrali per la Reggia di Venaria.
L’immagine e il simbolismo della Dea s’intrecciano a vari livelli con la storia e l’ambiente della Reggia e con le diramazioni che hanno preso le nostre idee attorno all’elaborazione del tema che ci è stato proposto di sviluppare, le quali ci hanno portato a visualizzare il volto della Dea come in un miraggio che potesse riapparire li dove fu il tempio, e dove ora si riapre il varco verso il santuario diffuso della natura.
Manifestandosi nella sua forma ancestrale ed archetipica, vegetale e selvatica, come a voler ricordare e mostrare il suo primo e profondo aspetto.
Dea della Luna, abitatrice delle zone di confine e della natura selvaggia, vergine e casta e insieme dea della fecondità e della nascita, custode delle fonti e dei torrenti, protettrice degli oppressi, delle donne.
Il volto di Diana qui viene composto dalla stessa materia del bosco sacro da cui proviene e in cui appare a chi cerca la sua essenza. I suoi tratti essenziali disegnati nello spazio e nell’aria, emergono dall’intreccio e groviglio dei rami, proiettati sul manto erboso dalla luce della luna che filtra tra le fronde e rivelati come segni, nel contrasto verso il cielo ma uniti e cuciti alla terra e all’acqua.
Come se le piante spinte da una forza diversa, fossero cresciute per dare una forma all’energia stessa della natura, assumendo sembianze che possano essere facilmente riconosciute dall’umano.
Nel vuoto generato dall’intreccio si distinguono in questa forma organica, gli antichi e grandi occhi ieratici, che osservano e ci permettono di osservare con altri occhi, attraverso quelli della Dea che incarna la natura, la crescita, il mistero, la libertà.
Nel dipanarsi la sua fronte si fa luna, situata nella parte estrema del giardino, guarda verso la selva, i suoi occhi scrutano il paesaggio che muta, dove dirada il confine tra l’addomesticato e il selvaggio, lo spontaneo e il condizionato.
La dove la prospettiva dell’Allea Centrale porta lo sguardo fuori, dove già statue di Diana e ninfe adornavano la fontana, lontano dalla reggia e verso i confini del giardino, dove nel silenzio e nella solitudine, insieme alle ninfe può bagnarsi nelle sacre acque e apparire a chi saprà avvicinarsi con attenzione e delicatezza.
Dalle antiche fondazioni del luogo a lei consacrato, Diana ritorna, nella forma in cui coopera la mano dell’artista con il flusso naturale degli eventi.
Le classiche suggestioni prospettiche dell’asse centrale del giardino, evocate e generate dagli ampi spazi dopo la demolizione del tempio, non sono intralciate dall’architettura vegetale, ma messe in risalto attraverso i suoi occhi nei quali si può trovare un punto di fuga speciale, da cui osservare oltre il giardino, o viceversa la reggia da fuori. Che come custode dei cicli di alba e tramonto, ritorna guardiana dell’equilibrio cosmico, tra morte e rinascita.

La centralità di Diana nel simbolismo della Reggia è legata in particolar modo al mondo della caccia che gli ideali aristocratici di corte vi proiettavano, l’attività venatoria come modello di virtù dell’uomo di corte, propedeutica alla guerra. Il mito di Diana viene cosi trasfigurato e allegorizzato, tramite un’operazione di appropriazione e ricodificazione, verso un autorappresentazione del potere, che si serve degli archetipi per costruirsi una propria mitologia, atta ad esercitare un’egemonia sulla natura selvaggia, e su tutto quel mondo culturale, che invece nei secoli, ha coltivato un rapporto di scambio e conoscenza con il mondo degli animali e delle piante.
Diana rappresenta un archetipo, che non riguarda esclusivamente il rapporto con la caccia di tipo predatorio o sportivo, ma una caccia magica, dove l’animale si offre al cacciatore, donandosi come cibo, e dove la sacralità dell’animale e dell’attività della caccia sono parte di un paradigma e una visione del mondo che vengono soffocati, da questa appropriazione egemonica.

Nell’attuare questo intervento artistico ecosofico, vorremmo in qualche modo riportare alla luce la vera essenza intrinseca del mito originario pre-ellenico e anatolico. Dove riemerga la sua natura notturna e misterica, insieme al suo legame ancestrale con le selve, i boschi, il cervo, all’agricoltura, quel culto profondo che persiste in maniera intensa e diffusa nel popolo fin oltre il medioevo.
Una dea vivente e presente cosi come era considerata dagli antichi popoli, schiva, solitaria non amante dei banchetti, protettrice della natura e degli animali, del mistero.

L’Ars Ruralis nasce come esperienza di ricerca unendo studi artistici ed antropologici di Simone e Valentina verso un’ AntroPoesia Ecosofica che opera sul paesaggio, indagando il suo passaggio effimero, nell’equilibrio tra le radici affondate nel passato e l’antico, ed i rami protesi nel contemporaneo, e nel rapporto essere-arte-natura.
Per L’Ars Ruralis l’arte è intrinsecamente connessa e legata alla natura, e allo stesso tempo lo è la natura, nel suo moto continuo di creazione di forme.
Qualsiasi atto o gesto che si esprime artisticamente è in rapporto alla nostra natura, e alla natura circostante, ma anche in rapporto alla nostra cultura, che ha ampliato il nostro status biologico con un Habitus, che è l’ambiente sociale e l’arte. La capacità di esprimersi attraverso un atto artistico, è intimamente legato alla nostra conoscenza della natura, ed alla cultura che si è innestata su di essa.
La natura crea continuamente, e anche l’arte, come la vita stessa, è un processo che ha a che fare con la creazione.
Creare, produce conoscenze, costruisce ambienti, e trasforma vite. L’arte non riguarda solo la creazione di cose, ma l’osservazione di processi, l’arte come la natura è un processo trasformativo.
E sia gli artefici, che gli osservatori vivono questa trasformazione, una trasformazione nella crescita nell’ampliamento della propria coscienza, e nell’esperienza non ordinaria.
Per l’Ars Ruralis la forma che assume l’opera è una relazione tra i materiali e la forza ed energia che vogliamo imprimergli. Il processo creativo non è produrre qualcosa; un oggetto che dalla materia grezza segue varie fasi fino ad apparire finito, ma è piuttosto un processo di crescita, si tratta di essere partecipanti ad un processo fatto di materiali attivi, non solo essere coloro che agiscono nel manipolarli.
La materia ha una vita propria di per se, non è sostanza inerte.
Si tratta di intervenire e partecipare ai processi di trasformazione dei materiali che sono già di per sè in atto, quelli che danno vita alle forme del mondo vivente intorno a noi, nelle piante, negli animali, nelle nuvole, nelle onde dell’acqua, nelle rocce, nella vibrazione.
La nostra arte vivente vuole dialogare con il vivente, unendo la nostra capacità manuale alle forze ed energie che sono già in gioco, attraverso l’osservazione della crescita spontanea del selvatico e delle modalità di adattamento animale al mondo, fatto anch’esso di architetture effimere come nidi, tane e rifugi.
Perciò per noi l’arte, l’espressione umana, oltre ad avere legami con i processi naturali e i rifugi animali, è strettamente correlata alle forme e alle esperienze della manualità accumulate nel tempo dagli esseri umani viventi nella natura, che ha differenza degli altri animali, ha sviluppato un
complesso sistema tecnico e simbolico, con cui, attraverso la capacità di creare architetture, vesti, attrezzi, strumenti magici, maschere, strumenti musicali, con materiali provenienti dall’ambiente circostante, ha saputo tramandare un sistema vastissimo di abilità uniche e magnifiche.
La scelta di operare attraverso materiali vegetali o naturali, non è solo intrinseca alla nostra visione Ecosofica della realtà, ma anche inerente alla necessità di sottolineare che anche l’opera d’arte come il suo processo è transitorio, cooperante, interdipendente e trasformante.
Lavorando perlopiù in spazi aperti, con i materiali provenienti direttamente dalla spontanea crescita dell’organico, vogliamo utilizzare tutto quel materiale, che spesso, nella storia moderna dell’arte occidentale non viene preso in considerazione, ma che in ogni cultura umana è sempre stato alla base di ogni manufatto, nella costante osservazione e sperimentazione partecipante di come si comporti quel materiale nella sua dinamica, e nella sua trasformazione. Riportando un’arte riunificatasi con l’artigianalità, anche nei luoghi che convenzionalmente non sono deputati all’arte. Essere artefici di un’arte composta essenzialmente di rami e materiale vegetale, è come voler disegnare lo spazio con la materia che è più presente sul pianeta, che per sua natura è soggetta a mutamento, e a dissolvimento, come a voler ricordare che anche il processo d’arte e l’opera in se non sono dati una volta per tutte, ma mutevoli e transitori come le nostre idee, il nostro operato.
I nostri lavori si vogliono rivestire anche di una funzione sociale, e non essere solo, pretesti per pensare concettualmente un’idea, ma stimoli visioni ed azioni.
Che il significato non sia indicato solo dalla nostra intuizione, ma che sia coopartecipato da coloro che si troveranno in rapporto con l’opera.
Un’arte che possa comunicare su più livelli interpretativi, cosi che possa essere avvicinata da chiunque ne voglia lasciarsi attrarre, e che sappia dare un nuovo senso ad un luogo, rendendolo altro, nel dialogo costante con il paesaggio.
Opere che vogliono stimolare una riflessione, ma anche un abbandono, un coinvolgimento emotivo, un rapimento. I visitatori e coloro che si trovano ad osservare queste forme, sono portati ad interagire con esse ricamando un esperienza di dialogo con il processo che vi sta dietro e quindi al processo meraviglioso della natura, in uno sconfinamento nell’altro da sé.

 

FBIG

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