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Subword, sotto la parola

di Roberto De Luca

 

Oggi vi parlo di “Subword” un gruppo indipendente di artisti di Ostia. Quanto leggerete è sunto di una lunga telefonata con Giuseppe “Er Lem” D’Aniello , poeta ed ex writer membro del gruppo, che ha accettato di raccontarmi la loro storia. È stato più di un racconto, un entusiasmante colloquio di idee, un dialogo su come esse agiscano da volano per la rigenerazione urbana ed umana in un clima di coesione e volontà di agire in un percorso che parte nel 2017.

Subword indica fisicamente e topologicamente lo stare insieme “sotto la parola”, uno “stare insieme artistico” posto al di sotto di 3 piani di scaffali dei più disparati argomenti ed epoche. “Sotto la parola” è da intendersi anche come domanda. Un chiedersi “cosa c’è sotto la parola?”, una questione decisiva se pensiamo all’origine assembleare dell’iniziativa e più in generale a quanto la parola digitata oggi giorno pregni l’esistenza degli esseri umani. Ebbene, cosa c’è sotto la parola? Secondo Er Lem sotto la parola c’è la relazione con l’altro. La comunicazione verbale nasce all’interno di un’interazione tra individui, presuppone un bisogno sociativo, un rapporto, un incontro tra corpi dal quale scaturisce la necessità profonda di intendersi su di sé e sul mondo in chiave primariamente trasformativa. Una relazione che al giorno d’oggi sta divenendo sempre più evanescente e quasi superflua ma che costituisce negli effetti l’unico elemento in grado ancora di spostare gli equilibri di forza. In questo senso il neologismo che dà nome alla sala e al collettivo sintetizza e veicola un intento politico-sociale che ben si manifesta attraverso i cunei tematici su cui fa leva l’incontro creativo dei tanti artisti: comunità, memoria, evoluzione, con particolare attenzione al territorio e la sua storia.

Subword è un collettivo di agitazione culturale nato nel 2017 in seno a una serie di assemblee tenutesi prima in strada poi all’interno della biblioteca comunale “Elsa Morante” di Ostia. Protagonisti di tali assemblee sono stati gli esponenti di tutte le discipline e di tutte le generazioni dell’underground hip-hop del Litorale romano presente sul territorio dai primi anni ‘80 ad oggi. Tra essi si ricordano le crew RTR, TBS, K2R-XL, HSO, NSA, HMF-RC, OVS, PK, 106, Ostia Male e altre per una trentina di partecipanti in presenza e un centinaio in totale, tenendo conto dei contributi da remoto provenienti da diversi luoghi nel mondo come Amsterdam, New York, Svezia, Londra, Milano, Giappone. Il fine di questo percorso assembleare era la creazione di un archivio storico, oggi parte del fondo storico della stessa biblioteca, che attualmente raccoglie le molte opere d’arte realizzate sul territorio nell’arco di quasi 40 anni di vita del movimento. Attraverso queste esperienze collettive e tramite i molteplici scambi virtuali sono sorte una serie di importanti riflessioni: è emerso innanzitutto che, seppur distanti geograficamente, gli esponenti presi nel loro insieme si possono considerare una vera e propria “comunità” che condivide linguaggi, stili e valori determinati quali l’amore per la conoscenza, il rifiuto delle discriminazioni, il senso di rivalsa e giustizia sociali, la centralità dell’incontro, dell’apertura e della collaborazione, la convinzione che la realtà possa essere trasformata attraverso la volontà e l’impegno degli uomini.

Nei fatti l’Hip hop ostiense, in special modo durante gli anni ’90, ha contribuito a fornire una forte spinta verso l’integrazione sociale generando una dimensione etico-culturale in grado di unire giovani di origini, provenienza e ceti economico-sociali molto differenti tra loro. Dall’analisi della condizione contemporanea, invece, emergono alcuni elementi di novità e criticità: la graduale estinzione dei gruppi artistici, chiamati in gergo “crew”, soppiantati dalla proliferazione di singoli artisti operanti in modo isolato e monadico; la progressiva scomparsa di centri di aggregazione nel tessuto urbano, luoghi fisici di incontro e di scontro fondamentali per la nascita e la diffusione dell’Hip hop e di molte altre subculture metropolitane; la presa di coscienza tanto diffusa quanto amara che l’Hip hop stesse attraversando una fase di trasformazione radicale volta a depotenziarne programmaticamente la forza rivoluzionaria ad esso intrinseca, condannandolo così a diventare, attraverso le sue ultime mutazioni quali la trap e la street art, una piatta “colonna sonora della mondializzazione”.

“Delle risposte non facili da darsi, ed è stato bello domandarselo” così commenta Er Lem durante la nostra chiacchierata, già in passato particolarmente critico all’interno dei suoi testi musicali nei confronti di diversi aspetti del movimento quali l’egocentrismo narcisista del rapper o writer di turno, il consumismo edonista e pacchiano, l’apologia della violenza e del gesto criminale, il maschilismo non di rado degenerato nel più gretto machismo del caso. Consapevole che si tratta di un movimento afroamericano sorto in un contesto socio-politico molto distante dalla periferia romana, nel suo processo di crescita Er Lem ha gradualmente preso le distanze da molti clichè contraddittori e inconciliabili della scena Hip hop intraprendendo un percorso di individuazione che mescola la conoscenza delle proprie origini e dell’antica storia del territorio locale con l’amore per le discipline umanistiche e, in particolare, per la poesia. Alcune caratteristiche del Hip hop, specie quelle riferibili alle primissime fasi del movimento come la viva positività, l’eclettica contaminazione e la spinta evolutiva volta al superamento del già-noto, vengono da lui salvaguardate in un’ottica di integrazione glocale di elementi culturali lontani nel tempo e nello spazio ma che, intelligentemente interconnessi tra loro, costituiscono uno sprone immaginativo per la costruzione di una valida alternativa al presente.

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Dopo questo percorso di confronto e raccolta di materiale storico, la biblioteca propose all’assemblea di lavorare alla riqualifica di una grande sala posta al piano seminterrato della struttura, sala da anni in disuso e un tempo ospitante la libreria All Mayer. Fu così che alcuni artisti dell’assemblea accolsero l’iniziativa della biblioteca decidendo di collaborare con un variegato gruppo di persone che, in numero via via maggiore, si stava appassionando all’insolito progetto partecipando attivamente “da esterni” alle assemblee. L’apertura degli esponenti ad artisti, movimenti e stili altri dall’Hip hop intendeva ricordare e sottolineare attivamente lo spirito profondamente aperto e interagente proprio della scena lidense degli anni 1990/2000. La comunità Hip hop di allora, infatti, non presentava confini identitari definiti ma larghe maglie di interazione e sovrapposizione con altre realtà aggregative e/o subculturali (skaters, ballers, ravers, etc.), all’interno di un più generale movimento di controcultura giovanile, assimilabile e non con quello degli spazi sociali occupati.

Furono infine tredici gli artisti che assieme realizzarono il progetto, tutti provenienti da differenti percorsi artistici, professionali ed esistenziali uniti da un sentire libertario comune, dalla provenienza dal territorio e il valore imprescindibile che ognuno attribuiva alla conoscenza intesa come dedizione e desiderio, ricerca e confronto, crescita personale, collettiva e civile. Proprio quella conoscenza intesa come comune denominatore che spinse i principali organizzatori delle assemblee a scegliere la biblioteca comunale come luogo di incontro: un compromesso con le istituzioni impensabile per una controcultura come l’Hip hop fino alla decade precedente e che fu preso in considerazione a partire dall’analisi di una contemporaneità caratterizzata dall’erosione degli spazi relazionali e da uno spiazzante declino etico, culturale e cognitivo. Alcuni di loro si configuravano all’interno di crews storicamente in conflitto tra loro: in tal senso, taluni angoli della sala Subword hanno testimoniato un tentativo di superamento di tensioni che per decenni hanno caratterizzato la comunità Hip Hop del Litorale romano e non solo.

La grande sala, teatro dell’esperimento di interazione artistica, confinava con la storica occupazione abitativa della Colonia Vittorio Emanuele II e presentava al suo interno l’allaccio elettrico abusivo degli occupanti, per lo più nordafricani e zingari. Non mancarono scambi con la comunità occupante grazie alla condivisione di un cortile interno: alcuni prestarono degli attrezzi di lavoro agli artisti i quali a loro volta valorizzarono l’allaccio abusivo elettrico integrandolo in una delle opere murali.

Il tema trattato nel progetto di riqualifica a cui tutti gli artisti si sono liberamente ispirati è quello delle “radici ed è da questo elemento simbolico che la sala, così come successivamente il gruppo stesso, prenderà il nome “Subword”. L’idea prende origine dalla constatazione, interna allo stesso percorso assembleare, della solitudine alienante e dell’atomismo sociale quali condizioni umane fondative dell’epoca digitale contemporanea, riflessione che andrà simbolicamente incontrando e sposando una caratteristica fisica del muro che divide la sala con l’adiacente occupazione abitativa: la presenza di due lunghe crepe. Questi i due elementi-trauma che suggestionano Er Lem al punto da stimolarne l’immaginazione nella creazione di un percorso metaforico che costituisce la narrazione alla base dell’intervento artistico: i libri che popolano la biblioteca, ormai secchi e abbandonati, dirigono disperatamente le proprie radici verso il basso, fino a raggiungere la sala nel piano seminterrato. Qui crepano un muro in due punti irrompendo affamate e nutrendosi avidamente del gesto creativo comune attuato dagli artisti riuniti nel posto. “L’impianto radicale di ogni cultura si immerge nei flutti del gesto creativo autenticamente aperto all’altro, sorto dallo scavo di un sentire comune, concepito per essere destinato al senso e ai sensi di tutti” così si espresse in quei giorni entusiasmanti Er Lem in un’intervista a riguardo. La sala riqualificata accolse, accanto a murales e opere su tele da recupero, alcune interessanti sperimentazioni come un vecchio monitor catodico inciso da versi poetici scritti con l’acido, l’utilizzo di vernici visibili con UV, esperimenti di fusione tra poesia e pittura.

Conclusa la riqualifica della sala in biblioteca, il gruppo ha tenuto un ciclo di visite guidate e di laboratori diretti alle scuole del Litorale introducendo le nuove generazioni alla storia dell’Hip hop e del territorio in un clima di dialogo e reciproco rispetto basato sulla sinergica interazione che ha permeato l’entusiasmante lavoro comune. Essendo l’Hip hop tra i generi più ascoltati dai più giovani e grazie alla guida di educatori interni al gruppo artistico, i bambini hanno partecipato con profondo interesse assieme ai frequentatori di corsi di lingua straniera e di italiano per stranieri, aprendo così la sala al quartiere e alla comunità.

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Dopo quest’operazione, alcuni di loro iniziarono a riunirsi periodicamente in un caffè, identificandosi come gruppo: Marchetto “Canicola”, Silvia “Chemutai” Conchione, Riccardo Di Gioia, SMK e Er Lem. Iniziano praticando “street poetry”, poesia su manifesto abbinata ad immagini e segni grafici in un ciclo di esposizioni continue su strada chiamate “Propaganda Con.Tatto”.  Agli inizi dell’estate 2018 entra a far parte del collettivo Laila Scorcelletti, eclettica figura del panorama culturale lidense, scrittrice, artista, regista teatrale e insegnante di scuola elementare e insieme a lei impostano il ciclo di eventi culturali  “Subline”, Linea di sotto. Li animava un comune impeto di rinnovamento civile e culturale da immettere nel territorio come antidoto alla violenza ed al degrado della periferia difficile che vivevano, all’epoca commissariata per fatti di corruzione e criminalità di stampo mafioso. Un esempio di cittadinanza attiva che ha evidenziato, come quando si sottolinea un testo, la parte positiva e propositiva del quartiere troppo spesso obliata dalle grandi realtà mediatiche.

Un ciclo di incontri, d’impostazione teorica e pratica, si svolse in biblioteca permettendo loro di conoscersi e riconoscersi come agitatori culturali, prendendo e portando idee tra la gente in un intreccio multidisciplinare con diversi altri enti e associazioni di Ostia.

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Questa serie di progetti culturali li portò a rapportarsi con l’assessora alla cultura del municipio di Ostia, Silvana Denicolò ottenendo il patrocinio del comune. Così l’amministrazione in un momento storico di apertura alla street-art, coinvolse Subword ed altre realtà in riunioni per valutare le possibilità di creazione che si prospettavano.

Tra il 2018 e 2019 si avviarono molte attività, la mattina dal contenuto teorico che portavano ad attività pratiche nel pomeriggio e nella sera tra esse:

  • “Pasolinea”, un reading poetico itinerante di testi per le strade del quartiere;

  • Un laboratorio sulla musica Afro-Beat: per avviare quest’iniziativa invitarono una decina di ragazzi del “Laboratorio Sociale Afro-Beat” di Bologna, i quali hanno aperto le loro prove a chiunque volesse approcciare questa musica. Il laboratorio è così diventato inclusivo arrivando ad accogliere danza, teatro, pittura raggiungendo oltre un centinaio di partecipanti; si travalicò la musica che così divenne lo strumento per stare insieme e fare esperienza di vita con il prossimo. Questo è il pensiero e l’azione che li anima; in quanto per loro l’esperienza politica autentica nasce da queste operazioni, amalgamando tante etnie differenti in un evento che sia espressione del melting-pot. La mattina, l’etno-musicologo Enrico Simoniello e tastierista del collettivo, venne a presentare la storia dell’Afrobeat con un documentario su quest’esperienza bolognese. La sera iniziarono il laboratorio, multigenerazionale, unendo spoken-word, musica e live painting nella Casa Clandestina di Ostia; il tutto evolvette in una musica psichedelica divenendo una grande jam-session festosa interamente improvvisata con musiche lunghe di venti o trenta minuti e prevalenza di ritmo, che alcuni dei partecipanti definirono in grado di risvegliare uno stato di trance. Un’attività nata come riscatto contro l’odioso pestaggio razzista nei confronti di un ragazzo di origine nigeriana ad Ostia all’inizio del 2019.
  • “La baccante post-moderna” nel 2019, una creazione collettiva femminile di un’opera pittorica realizzata in collaborazione con il Teatro del Lido, destinata ad un nuovo Centro Anti Violenza di Ostia.

Nel 2020 scoppia l’emergenza sanitaria e dal conseguente isolamento sanitario nasce un nuovo progetto: “VersoDopo: pitto-poesie dalla quarantena”, per sostenersi e spingersi oltre la pandemia usando e applicando l’arte in modo relazionale. Er Lem e Marco Canicola, durante quel momento così difficile, si espressero in maniera creativa scrivendo di quei giorni di panico, di paura ed incertezza. Al telefono nacque la prima pitto-poesia; i versi uscivano spontanei a Er Lem, mentre Canicola disegnava a china “Anima Mundi”.

Tutti i giorni del primo lock-down, quotidianamente un poeta ed un artista visivo differenti generavano una pitto-poesia per tendere legami creativi come corde sociali tra loro. A partire dal loro gruppo, l’iniziativa si è poi allargata in un’esperienza comunitaria che nel creare collettivo li ha fatti sentire “per niente soli”; il tutto si concluse alla fine dell’emergenza, in un’intervista performativa di tre ore.

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Alcuni dei partecipanti al progetto “VersoDopo”, al termine del primo lock-down, iniziarono a incontrarsi ogni giovedì pomeriggio nel parco Pietro Rosa di Ostia, caratterizzato dalla riproduzione di un teatro romano. Qui tennero lunghe jam session di musica e poesia a volte animate da installazioni e performance registrate e mandate in onda dalla neo-nata radio Risacca. È stato un momento folgorante che li pervase di entusiasmo derivante dal ricominciare a riunirsi in presenza. Li potremmo definire “assembramenti poetici”: partendo da una formazione composta da due chitarre, due poeti, un cajon e un pittore, nel tempo si aggiunsero una tromba, un sassofono e altri strumenti per divenire infine una moltitudine di voci e  suoni. Fu un lampo lirico che squarciò quell’oscuro momento di difficoltà collettiva, fu un gesto estremamente simbolico che la poesia, dopo i ruderi e le macerie del primo lockdown, risorgesse come bene immateriale in grado di unire ed attrarre. La gente ha captato e compreso, con quello che era successo, quanto la poesia fosse un importante veicolo di senso comune, grazie a quest’esperienza informale e spontanea. Proprio nel luogo in cui si tenevano tali performance sorgerà l’anno successivo il “Parcuino”, un’installazione spontanea dedicata alla libera poesia presso la quale si riuniscono tutt’oggi poeti e artisti outsider di Ostia e non solo per periodiche letture improntate sull’approfondimento dell’attualità storico-politica e rigorosamente svolte in presenza fisica sul posto. Diverse le interazioni dei partecipanti attivi alle letture con varie realtà controculturali del territorio.

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Proseguirono poi  a lavorare con le istituzioni per l’opera murale “NE-OS, storia di un futuro”: un’opera di 500 metri quadrati che il collettivo ha scelto di donare al proprio territorio con il comune che li ha sostenuti coprendo le spese dei materiali. Un lavoro di arte nello spazio pubblico mirato al restauro della facciata lato via del Mare della stazione Lido Nord, luogo oggetto di affissioni abusive e scritte divisive ed estremiste. Hanno coperto questi messaggi con la storia del litorale: la bonifica delle paludi ostiensi operata dalla prima cooperativa italiana di lavoratori che nel 1884 ca rese le paludi vivibili. Arrivarono  250 braccianti dalla Romagna: ispirati dai primi ideali socialisti, si unirono cooperando con le istituzioni; li univa un’idea di profonda solidarietà, uguaglianza e giustizia volta alla trasformazione in meglio della realtà, permettendo la civilizzazione di un territorio dalla storia antica ma per lungo tempo invivibile. “Bonifica” vuol dire “fare buono”; un’azione ed un tema che Subword ha approfondito con la ricerca e lo studio di molto materiale documentale, tra cui si cita il libro “Pane e lavoro”. Anche la toponomastica intorno alla stazione presenta l’elemento dei bonificatori, integrati come personaggi nell’opera con le loro gesta di togliere il fango e l’acqua dalla terra veicolandola al mare. A questo significato si stratificano altri temi propri di Ostia: il periodo dell’antica Roma e del porto. “Os” è la radice di Ostia, significa “bocca, apertura” riferito all’epoca in cui era il più grande porto dell’impero che, metaforicamente, come una bocca ingurgitava tutte le merci provenienti dal mondo per inviarle a Roma. Un’opera che costruisce ponti e porti ponendosi in controtendenza con la politica del 2019 che ne prevedeva la chiusura ai flussi migranti. A partire da ciò hanno fondato la loro narrazione fantascientifica: un’isola galleggiante nell’aria su cui svettano i palazzi del potere locali, le cui fondamenta sono composte da lettere. È un fotogramma che presenta il prossimo futuro, durante il quale avverrà un crollo dell’attuale realtà individualista rappresentata dall’atomo sociale dell’isola. Le sue fondamenta crollano inesorabilmente spargendo tutte queste lettere a formare una palude digitale,

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In questa palude interverranno a bonificare i “telonauti”, da “Telos” che significa “fine, termine”. Sono viaggiatori del tempo che si spostano da un periodo di crisi all’altro, viaggiando da una catastrofe all’altra. Lavorano in un sub-tempo di inconscio storico collettivo, agendo tramite la trasformazione degli oggetti e delle situazioni. In questo prossimo futuro i telonauti compariranno ad Ostia, riappropriandosi dei gesti propri della storia locale, propri degli scariolanti; così prenderanno questo mucchio di lettere portandole al mare. Dal mare, con questo loro agire, ricostruiscono qualcosa di nuovo: il porto. L’idea è creare qualcosa nel futuro che sia un riscoprire il nuovo passato, guardando indietro per andare avanti e creare così un nuovo porto: NE-OS. I telonauti per costruirlo useranno le carriole e le eidrovore, una tecnologia fantascientifica che si nutre di idee ed ideali per fornire energia ed alimentare il cambiamento di paradigma che permetterà di passare da quest’era alla successiva. Le idee di cui si nutrono, sono raffigurate in un’altra parte della stazione, rappresentate in maniera simbolica dalla luna, come simbolo di femminilità, dal mare e dalla costellazione del Centauro Chirone, il valente maestro di tutti gli eroi e inventore della medicina. Per raccontare questa storia si sono avvalsi della tecnologia dei QR-Code: scansionandoli si apre il collegamento con Nullo, un telonauta interpretato da Caterpillar. Un personaggio che è nulla ma anche richiamo a Nullo Baldini, un socialista celebre della cooperativa ravennate, il quale racconta l’operazione: un rimando alla storia dei bonificatori, del dono profondo su cui si soffermano; un atto donativo inteso e vissuto come gesto profondamente anticapitalista, una libera donazione di arte pubblica.

Nel 2021 Subword inizia ad operare ad Acilia realizzando “Cantico del lupo e del cielo” che si rifà alla figura di S.Francesco d’Assisi da cui il quartiere prende il nome. Un personaggio in larga sintonia con il loro modo di agire nel mondo: un profondo rispetto verso l’altro e la necessità di dialogare con la diversità, l’attenzione e l’amore per la natura. Nella sua vita il santo, scrittore di uno dei primi testi in lingua volgare legato alla divinità, venne inviato in Egitto dove piuttosto che convertire e predicare al popolo si limitò alla pratica cristiana dando il buon esempio accanto ai più deboli, poveri e malati. Un altro aspetto che li avvicina è il rifiuto del superfluo a favore della ricerca dell’essenziale e dell’ “hilaritas”: essere sempre felici e sorridenti di quello che si è.

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Sono stati ideati e realizzati degli animali e piante del territorio fuse a quelle del Cantico delle creature e presenti nella vita del santo, come il lupo di Gubbio. L’episodio del lupo evidenzia che la causa della violenza e dell’aggressività è la fame: il lupo ammazzava seguendo questo bisogno e nessuno lo comprendeva; San Francesco saggio, mistico e santo agì per affermare questo. Hanno messo il lupo vicino al cinghiale, il quale non è presente nella storia francescana, perché è autoctono delle zone ostiensi; hanno letto e studiato il Cantico estrapolando delle tematiche attuali: hanno parlato dell’acqua come bene comune non privatizzabile, dell’eutanasia, della speculazione finanziaria sui farmaci e sulla salute, l’inquinamento del terreno, luminoso e sonoro. Tutti temi su cui hanno composto audio poetici, curate dal sound-designer Numinalf; si possono fruire in loco tramite i QR-Code e gli NFT all’ingresso del sottopasso.

La galleria così riqualificata è divenuta un presidio ed un ritrovo culturale, aperto, inclusivo, multidisciplinare e pubblico con appuntamenti artistici mensili. Le persone del posto, a partire da quest’operazione riqualificante hanno ripreso a percorrere il sottopasso, periodicamente mantenuto dall’AMA di Roma.

Dal 2020 in poi, questi loro interventi prendono il nome di “LITERARY STREET ART” per definire il nuovo orizzonte artistico che stanno tracciando, fondendo la street art con i linguaggi letterari ampliandone il significato e l’inclusività attraverso l’utilizzo delle nuove tecnologie. A differenza di altre operazioni similari che non badano a raffinatezza estetica ed autorialità dei componimenti, i testi che inseriscono sono originali, propri degli scrittori di Subword ed approfondiscono i temi che di volta in volta presentano con un una decorazione letteraria autentica. Questo è lo scarto che li contraddistingue dalle comuni operazioni di street art e wall poem, ogni loro lettera è come un mattone che realizza una nuova visione di una struttura aperta al prossimo. In un periodo caratterizzato da crisi umanitarie, economiche, culturali e valoriali come quello che stiamo vivendo il loro agire è l’esempio da seguire per ripartire dal basso; bisogna ascoltare, studiare, comprendere il luogo, le realtà e le persone per poter agire e rivitalizzare i quartieri senza cadere nella trappola dell’individualismo, dell’ego che ha caratterizzato l’agire umano, artistico e non, nell’ultimo periodo storico dell’Antropocene.

Componenti del gruppo:

  • Canicola (visual artist, illustratore, produttore di musica elettronica)
  • Caterpillar (attore, agitatore culturale)
  • Silvia Conchione in arte “Chemutai” (pittrice, dott.ssa in architettura, light designer)
  • Giuseppe D’Aniello in arte “Er Lem” (poeta, ex-writer e rapper)
  • Riccardo Di Gioia (pittore, maestro d’arte; membro fino al 2020)
  • Numinalf (sound designer, produttore di musica elettronica)
  • Aurora Pilati (pittrice, illustratrice e muralista)
  • Laila Scorcelletti (scrittrice, artista, regista teatrale e insegnante di scuola elementare)
  • SMK (decoratore, muralista, street artist, produttore di musica elettronica)

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Roberto De Luca

FBLK

Sono Roberto De Luca, un creativo dotato di sensibilità architettonica ed artistica; miro a verticalizzare e perfezionare la conoscenza del colore nella più ampia accezione possibile, per realizzare le trasformazioni che ho scritto nel 2020, evolvendole e migliorandole di pari passo con lo studio. Libri, vernici, tinture, ingredienti e luce sono i materiali ed i procedimenti che indagherò, un passo alla volta, nella scala infinita di questa ricerca teorica e pratica.