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“DISEGNA CIÒ CHE VEDI” incontro con HELGA WEISSOVÀ

di Giorgia Santambrogio

disegni di HELGA WEISSOVÀ
sopravvissuta all’orrore di Auschwitz

“Disegna ciò che vedi, furono le parole di mio padre dopo che gli avevo portato di nascosto, all’interno del campo maschile, il disegno di un pupazzo di neve. Era il dicembre 1941, poco dopo il nostro arrivo a Terezin. Il pupazzo di neve sarebbe rimasto il mio ultimo disegno veramente infantile. Spinta dalle parole di mio padre mi sentii chiamata, da quel momento in poi, a rappresentare nei miei disegni la vita quotidiana del Ghetto.”
Helga Weissová- Hošková

In occasione della giornata della Memoria riproponiamo il racconto dell’incontro con
HELGA WEISSOVÀ
deportata a Terezin e sopravvissuta al campo di concentramento di Auschwitz.

Giovedì 13 Febbraio 2003, Sala Riunioni “Libreria Claudiana” – Milano.

Il bambino, nel disegno come nel gioco, trasforma la realtà e sé stesso ma lo fa con la consapevolezza che quella realtà è sempre presente.
Si può disegnare cappelli con fiocchetti, una processione di cibi con colori vivaci ma la realtà traspare sempre.
Per questo motivo i disegni di Helga Weissovà rappresentano una testimonianza straordinaria, i suoi occhi non possono cancellare l’orrore intorno a sé.

Guardandoli si ha spesso l’impressione di uno sdoppiamento, come se fossero fatti da due persone diverse. Da un lato c’è una bambina che sogna un mondo diverso e lo vuole rappresentare con il disegno, dall’altro una donna che disegna per raccontare, la propria esperienza, un mondo che non può essere cambiato.

Ogni internato nei campi di concentramento era contraddistinto da un numero di matricola tatuato sul braccio e da un triangolo di diverso colore per ciascuna categoria di internati.
Il Triangolo di diverso colore era di stoffa e cucito sulla parte sinistra del petto e sulla gamba destra:
Triangolo Rosso, detenuti politici.
Triangolo Verde, criminali.
Triangolo Rosa, omosessuali.
Triangolo Viola, testimoni di Geova.
Triangolo Nero, asociali, prostitute,
alcolisti, vagabondi, persone refrattarie al lavoro.
Gli ebrei avevano un Triangolo Giallo
sopra l’altro in modo da formare una stella di David.

Il Racconto: “Disegna ciò che vedi”.
Helga inizia il suo racconto in Cecko, tradotta da una interprete.

“Il mio non è solo un momento di ricordo ma è anche un momento per commemorare, per ricordare con forza. Circa 60 anni fa quando la guerra finì noi pensavamo che fosse finita per sempre, oggi invece viviamo ancora con la minaccia di una nuova guerra, e chi l’ha vissuta come l’ho vissuta io ha una paura enorme, ha paura che si possano ripetere gli orrori vissuti.
Noi cosa possiamo fare contro tale minaccia? Io spero di poter contribuire con i miei ricordi ad un mondo di pace.
Quando cominciò la guerra avevo 12 anni, vivevamo in Cecoslovacchia, ero figlia di ebrei, in un ambiente dove non c’era differenza tra ebrei e non ebrei. Avevo amici, compagni di scuola, vicini di casa non ebrei ma questo non era un problema, eravamo amici, vivevamo in armonia.
Questo però durò sino al 1935 quando con le leggi razziali di Norimberga fatte da Hitler il mondo fu diviso in razze, superiori ed inferiori. Una scala gerarchica dove in alto c’erano i tedeschi che si sono appropriati del diritto di disporre e decidere delle sorti delle altre razze e noi ebrei siamo finiti nel gradino più basso, prima di noi c’erano zingari, omosessuali, asociali che secondo le logiche naziste dovevano essere eliminati.
Non si è arrivato a tanto ma per quanto riguarda gli Ebrei questa cosa è stata quasi realizzata”.

DISEGNO 1. 1941 - Lista degli averi - Prima di essere deportati gli ebrei dovevano consegnare un inventario di tutti i loro averi. Il disegno mostra mia madre che conta i capi di biancheria nel cassettone, mentre mio padre annota le quantità.

DISEGNO 2. 1945/46 - La selezione - Ad Auschwitz i prigionieri erano selezionati immediatamente all’arrivo e, in seguito, a cadenza periodica. Era stabilito che i giovani e quelli forti avrebbero lavorato, mentre i vecchi, i deboli e i bambini erano
mandati alle camere a gas. I ragazzi sotto ai quindici anni non avevano nessuna possibilità di sopravvivere.

Helga continua il suo racconto, “questo fu l’inizio, poi iniziarono le deportazioni. Ci dissero che si era formato un ghetto, il campo di Teresin, descritto come una specie di oasi, dove per gli Ebrei era possibile vivere una vita normale e tranquilla. Questo campo di concentramento era diverso dagli altri: Teresin doveva servire come propaganda per il Regime Nazista, per mostrare come i tedeschi trattavano bene gli Ebrei. Ovviamente capimmo subito che non era così.
Era già stato deciso che eravamo tutti destinati allo sterminio.

Tutti gli Ebrei della Repubblica Ceca sono andati a Teresin, non fu però come speravamo, il punto di arrivo ma era solo un passaggio verso gli altri campi di concentramento.
Subito avevamo capito che tutto ciò che ci avevano detto era una menzogna, perché appena arrivati ci divisero subito, gli uomini da una parte e le donne dall’altra. Teresin era già una cittadella militare, aveva già strutture con caserme, dormitori e bagni e fu per questo che fu scelto dal regime tedesco inoltre era molto isolato, al confine con la Germania, un posto dove era impossibile scappare.

Chi scappava veniva preso e giustiziato ed inoltre per ogni tentativo di fuga venivamo puniti tutti, eravamo isolati dal mondo. Avevamo paura quando iniziarono le deportazioni, nessuno sapeva dove veniva portato; queste deportazione venivano chiamate “trasporti all’est”.
A Teresin sono stati portati tutti gli Ebrei Cechi ma non solo, arrivarono dalla Polonia e dalla Germania, per un totale di 150.000 persone, morirono in 39.000, di questi 15.000 erano bambini. Solo 100 bambini sopravvissero a Teresin. Io sono una di questi 100. Le condizioni nel campo erano durissime, c’era la fame, le condizioni igieniche erano pessime, ci fu anche il tifo.

Però non era come negli altri campi di concentramento che poi vidi, a Teresin si moriva di fame, di perdita delle forze ma ad Auschwitz era un’altra cosa che più avanti descriverò. A Teresin ci sono stata per 3 anni, dal dicembre ’41 all’ottobre ’43. Poi ci furono tre grandi deportazioni di uomini, in una di queste c’era mio padre. A loro fu detto che andavano a costruire un nuovo ghetto perché a Teresin non c’era più posto.
Due giorni dopo fui deportata insieme a mia madre, viaggiamo per circa un giorno e mezzo nei vagoni bestiame, accatastati come bestie, non sapevamo dove andavamo, però speravamo di trovare lì mio padre.
Ricordo che avevamo conservato qualcosa da mangiare per poi darlo a lui.
Il treno si fermò, dalle fessure guardammo fuori e abbiamo visto il filo spinato e le persone vestite come prigionieri.
Eravamo ad Auschwitz.

Subito arrivarono i tedeschi che ci ordinavano di far veloce, di scendere.
Ci misero in coda e davanti a noi c’era un ufficiale delle SS che sceglieva i prigionieri.

DISEGNO 3. Arrivo a Terezin
Ad ogni persona era concesso un bagaglio di 50 kg. Una valigia poteva essere spedita, mentre il resto doveva essere portato a mano.
DISEGNO 4. Il dormitorio L410
L410 era il dormitorio delle ragazze dove vivevo io. Dormivamo in letti a castello a 3 piani, circa 35 persone per stanza.
DISEGNO 5. I lavatori
C’era solo l’acqua fredda e dovevamo usarla con moderazione.
DISEGNO 6. Nelle baracche ad Auschwitz
Ad Auschwitz, dei nudi tavolacci servivano da letti. Dieci persone dormivano su una tavola dove normalmente ci sarebbe stato posto per quattro. C’era una sola scodella di ministra per tutti e dieci e nessun cucchiaio.

Gli altri prigionieri intanto si avvicinavano a noi e ci dicevano a bassa voce “non dite che siete malati, non dite di essere madre e figlia” perché altrimenti venivamo subito giustiziate, anche se tutti erano destinati alla morte, però chi stava bene veniva utilizzato sino alla fine come mano d’opera nelle fabbriche di armi e munizioni.
L’ufficiale SS sceglieva chi secondo lui era abile al lavoro, o abbastanza forte da sopravvivere lavorando.
Capii subito che le donne con i bambini piccoli andavano da una parte e decisi subito con mia madre che non avremmo ovviamente detto di essere madre e figlia.
Cambiammo anche gli anni, le bambine sotto ai 15 anni (questo era il limite) venivano subito giustiziate.
In fondo al campo si vedevano due enormi camini dai quali sempre usciva del fumo e i tedeschi nel scegliere dicevano “domani tu passi da lì”.
A Teresin arrivai a 12 anni, ad Auschwitz non avevo ancora 15 anni e pensai subito all’anno di nascita che dovevo avere per avere 18 anni e feci subito il calcolo dovevo dire 1923.
Mia madre si diminuì un po’ i suoi anni. E’ stata una fortuna che non ci hanno diviso ed entrambe scelte per il lavoro.
Ad Auschwitz siamo rimaste solo 10 giorni, per fortuna, e in quel periodo ci furono diverse selezioni, per tutto il tempo in cui sono rimasta li non lasciai mai la mano di mia madre.
Le ero sempre attaccata.
Sia lei che io siamo sempre state scelte, per un qualche motivo o per fortuna ed è così che ci siamo salvate.
Lavorammo per un breve tempo in una fabbrica in Germania e quando la guerra stava per finire ci spostammo ancora più avanti, in Germania di campi di lavoro ve ne erano tantissimi, non erano diversi dal resto, si moriva di fame e di stenti.
In questi campi si arrivava dopo lunghi percorsi e molti morivano lungo la strada.
Però per i tedeschi moriva poca gente e così cominciarono delle vere e proprie “marce della morte”.

DISEGNO 7. La marcia della morte
Alla fine della guerra alcuni campi di concentramento furono chiusi per l’avanzata del fronte alleato. I prigionieri furono trasferiti in altri campi.
Erano costretti a marciare a piedi, nel freddo gelido, nella neve con abiti leggeri e senza cibo. Quelli che restavano indietro o cadevano lungo la strada venivano fucilati sul posto.
DISEGNO 8. Il pupazzo di neve
Il mio primo disegno a Terezìn Io feci arrivare di nascosto a mio padre nelle baracche degli uomini.
Egli mi scrisse di rimando : “Disegna ciò che vedi”.

“Anche in questi campi di lavoro molti prigionieri furono presi e portati a morire con il gas. Mia madre ed io insieme ad altri prigionieri fummo trasportati in treno, verso quella che doveva essere la meta finale.
Eravamo stipati in un vagone molto pieno tanto da non riuscire quasi a sederci, il viaggio durò 12 giorni, spesso i binari erano interrotti dai bombardamenti, spesso erano gli stessi ferrovieri a provocare ritardi.
Durante le soste per riparare i binari, venivano i contadini vicini a portarci da mangiare e da bere, spesso si rivolgevano all’ufficiale responsabile del treno per chiedergli di liberarci, di noi se ne sarebbero occupati loro ma l’ufficiale rispondeva che il treno andava portato a destinazione, era il suo compito, portare il treno sino al campo di sterminio e lo avrebbe fatto a tutti i costi.
Infatti giungemmo a Mathausen ma per una fortunata coincidenza quando noi arrivammo il gas era finito e cominciava la ritirata tedesca e cominciavano a distruggere tutti i forni in modo da cancellare le prove di tutto ciò che avevano fatto.
Il ritardo del mio treno mi ha permesso di essere qui ora fra voi a raccontare tutto ciò.
Dopo la guerra, come tutti quelli che sono sopravvissuti mi sono chiesta “perché proprio io?”, la vita di ogni uno di noi deve avere un senso, chi è sopravvissuto ha capito che il senso della loro vita è portare la testimonianza di ciò che hanno visto e vissuto, noi lo sentiamo come un dovere e questo è anche il motivo per cui io oggi sono qua.
Ricordare per far sì che queste cose non si ripetano, che la storia non si ripeta.
Mi fa molto male sentire alcuni storici dire che l’Olocausto non è esistito, io sono sopravvissuta, io esisto ed è esistito l’Olocausto, la shoah.
I miei disegni sono una documentazione di quello che ho vissuto, di quel che è successo, di quel che ho visto accadere ad altri.

Alla fine della guerra non era permesso fotografare Teresin, esiste un solo filmato girato nel Campo ed era quello fatto in occasione dell’arrivo della Croce Rossa per un’ispezione, ricordo che fu anche l’unico giorno in cui mangiai pane fresco e una sardina, serviva anche quello per propaganda, la cittadina di Teresin fu preparata come un set cinematografico, con tanto di quinte e scenografia, ricordo che furono allestiti in fretta anche un campo da gioco per bambini e un campo da calcio, dovevamo recitare una parte con il capo di cui avevamo una paura folle, dovevamo dire “zio Hadel (così si chiamava) anche oggi ci porti pane e sardine”.
Questo filmato viene ancora proiettato a Teresin, se vi capiterà di vederlo noterete che i bambini arraffano e mangiano tutto in fretta, velocemente perché avevamo molta fame, quello che abbiamo mangiato quel giorno non lo avremmo più avuto gli altri giorni.
Dalla visita delle Croce Rossa ci aspettavamo tanto, e speravamo che cambiassero le cose ma purtroppo non cambiò nulla in meglio, anzi le cose peggiorarono, infatti cominciarono le deportazioni anche dei bambini.
Quindi i miei disegni e quelli degli altri sopravvissuti sono ancora più preziosi, sono una testimonianza dei fatti accaduti”.

La differenza tra Teresin e gli altri campi di sterminio era che a Teresin, c’era poco spazio, le camere erano stracolme ma avevamo un metro e mezzo dove stare, dormire e mettere le nostre pochissime cose, mangiavamo poco e malissimo ma tre volte al giorno ad Auschwitz invece in un letto ci stavano dieci persone e la razione di cibo era una volta al giorno, consisteva solo in una scodella di brodo senza cucchiaio, che doveva bastare per tutti e dieci.
Questo per farvi rendere conto della differenza tra Teresin ed Auschwitz. Vorrei tornare sui disegni che sicuramente parlano più delle mie parole.
Vorrei dire come nascevano i disegni che ho fatto, facendo un passo indietro.
Quando siamo stati portati a Teresin potevamo portare 50kg di bagaglio, non era molto ma almeno si riusciva a portare qualcosa di personale a cui si teneva molto e a cui si era affezionati, io portai un album e dei colori, per me erano molto preziosi e li tenevo con cura.
I quaderni per disegnare presto finirono e quindi mi adattai a disegnare su tutto ciò che trovavo.
Si vede la differenza, meglio nei disegni originali, sulla qualità della carta, i primi erano su una carta bella poi quando i fogli finirono usavo carte già usate.
A me piaceva disegnare anche prima, come a tutti i bambini, ma arrivammo lì a dicembre e il primo disegno che feci era un pupazzo di neve.
Fu il mio primo disegno a Teresin, fu importante perché divise in due la mia vita, e il mio ultimo disegno da bambina.
Proprio quello che è successo a tutti bambini entrati a Teresin da un giorno con l’altro, siamo diventati adulti.

Proprio questo disegno riuscii a farlo averlo arrivare a mio padre, di baracca in baracca, e dopo alcuni giorni mi ritornò indietro e sopra mio padre ci scrisse “Disegna ciò che vedi”. Con questo titolo, tre anni fa, sono stati pubblicati questa serie di disegni.

Quando partii da Terzin alla volta di Auschwitz, dovetti lasciare i disegni al campo, lì lasciai a mio zio che lì murò in un muro. I disegni sono arrivati ad oggi perché mio zio sopravvisse e tornò a prenderli una volta finita la guerra.

Non fui la sola a disegnare Teresin, ci furono altri che attraverso il disegno raccontarono gli orrori quotidiani che vivevamo a Teresin.
Quando ero prigioniera a Teresin non potevo studiare ma per un breve tempo ci fu una scuola clandestina, tra i prigionieri c’erano scienziati, architetti, studiosi, artisti e insegnanti.
Quando si tenevano le lezioni c’era sempre qualcuno di guardia che sorvegliava che non arrivasse nessuno.
L’unica cosa che potevamo fare davanti ai tedeschi era disegnare ma i disegni dovevano essere belli, dovevano raccontare ciò che non vedevamo, noi facevamo finta di disegnare i disegni che loro volevano e di nascosto disegnavamo ciò che vedevamo.
L’insegnante era ebrea, una prigioniera, ci diceva di disegnare qualcosa di positivo, di pensare alla nostra vita di prima, di disegnare fiori, alberi, farfalle.
Questi disegni furono raccolti da questa insegnate, finita la guerra, e pubblicati con il titolo “Le farfalle non vivono qui” che è anche il titolo di una poesia di un bambino di Teresin.
Anche se ai bambini veniva detto cosa disegnare la realtà di cosa vivevano traspariva da qualche particolare del disegno. Magari disegnavamo un vaso di fiori ma con accanto i letti uno sopra all’altro. Alcuni bambini erano arrivati lì talmente piccoli che non conoscevano la realtà al di fuori del campo, fu il caso di un bambino che disegnò un’oca con quattro zampe.
Oltre a ciò che vedevo disegnavo anche i miei sogni, un disegno fu il regalo per i 14 anni della mia migliore amica.
Era diviso in tre parti, passato, presente e futuro e rappresentava la speranza del domani certe del fatto che saremmo uscite di lì, ma la mia amica morì tra le mie braccia, ancora prima dei suoi 15 anni.

DISEGNO 9. Per il suo quattordicesimo compleanno
Un disegno per la mia amica Franzi.
Siamo nate entrambe in un reparto di maternità, io il 10 e Franzi il 14 novembre 1929. Ci incontrammo a Terezìn e diventammo molto amiche. Condividevamo lo stesso letto a castello e insieme facevamo piani per la nostra vita futura dopo la guerra. Ci immaginavamo come sarebbero state le cose di lì a quattordici anni. Saremmo state entrambi madri e saremmo andate a passeggio per Praga. Franzi morì ad Auschwitz prima di compiere 15 anni.

L’intervista:

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Helga Hošková-Weissová, 2015
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D: Volevo sapere come era il rapporto con sua madre all’interno del campo di concentramento?
“Il rapporto prima di entrare nel campo di concentramento era stupendo, eravamo una famiglia unita, molto unita. Io mi ritengo fortunata perché ho avuto mia madre sempre vicina durante tutta la prigionia, nei campi tutto mi fu privato ma avevo accanto mia madre, l’affetto più caro. C’erano altri bambini che avevano lì la madre. Io ho avuto sempre uno stupendo rapporto con lei, vivemmo tutto il periodo della prigionia insieme, ad Auschwitz mano nella mano, accanto, con la paura costante che lasciandola ci avrebbero divise, non ci separammo mai ad Auscwitz, ma proprio fisicamente, e questa è anche l’immagine di tutta la mia vita con mia madre.
Mio padre morì ad Auschwitz, mia madre ad io ci salvammo e siamo rimaste insieme tutta le vita anche quando mi sono sposata, non ho mai pensato ad una vita senza lei accanto. Mia madre è morta dodici anni fa ad 84 anni, anche ora io sono certa che lei mi è vicina.
Mia madre aveva un sogno ricorrente che durò molti anni dopo la fine della guerra, mi sognava piccola e mi cercava continuamente.
Questo è un sogno comune a molte donne scampate ai campi di sterminio”.

D: Ha disegnato ad Auschwitz?

”Ad Auschwitz, ovviamente, non ho disegnato ma ciò che vidi e vissi la l’ho disegnato subito dopo la fine della guerra.
Dopo la guerra ho completato gli studi ed ero in classe con bambini molto più piccoli di me e non fu facile, ci furono molti momenti di depressione, mi sentivo vecchia, ma lì decisi di fare del disegno la mia professione.  Solo negli anni ’70 sono tornata a disegnare ancora gli orrori dei campi di sterminio ma perché erano orrori che avevo dentro e che volevo tirare fuori, il disegno era uno sfogo.
In questo periodo disegnai un ciclo di disegni che chiamai “Il calvario”. Volevo come liberarmi una volta per tutte ma su queste tematiche ci torno spesso perché le ho dentro come se le avessi vissute ieri e spero che facendole vedere, pubblicandole possano servire ad andare verso un mondo di pace. Quello che ho vissuto io, ha condizionato la mia vita ed anche il mio modo di disegnare ed esprimermi”.

D: Il disegnare sempre gli orrori che ha vissuto l’ha aiutata a
superarli o a viverli con un peso minore?
“Si, il ritorno ciclico su queste tematiche mi ha molto aiutata”.


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D: Cosa prova ora per queste persone?

“Non provo odio, proprio perché so cosa vuole dire essere odiate, ma queste cose non si possono dimenticare”.

D: Ha visto il film di Benigni “La vita è bella”?
Se sì, che cosa ne pensa?
“Si, l’ho visto e mi ha molto colpita, quella notte non ho dormito. Dal punto di vista artistico è sicuramente un bel film, però dal mio punto di vista, la comicità è messa in alcuni punti del racconto dove non era possibile fare ironia o sollevare risate. Le faccio un esempio; al cinema nel momento in cui Benigni scappa e già lo inseguono le SS con le luci e poco dopo verrà ucciso la gente ride. Io mi mettevo nei panni di Benigni, sapevo cosa provava e non ho riso, la gente non capiva, non capiva che certi momenti sono talmente seri e gravi che non ci si può scherzare sopra.
Soprattutto le persone che questi fatti non li conoscono non riescono a distinguere i momenti.
Quello che io ho imparato nella mia infanzia nei campi di sterminio è mettermi nei panni degli altri e rivivo sempre quello che ho già vissuto.
Oggi quando so che in una qualsiasi parte del mondo per un qualsiasi motivo c’è una guerra, io mi immagino la madre con i bambini, mi immagino la loro sofferenza, la loro fame e soffro con loro”.

D: Il suo rapporto con la Fede, è aumentato o è venuto a mancare
nei campi? Ha mai parlato con sua madre della morte?
“E’ una domanda molto difficile ma non è la prima volta che mi viene fatta, non riesco ad essere molto precisa a riguardo. La maggior parte degli Ebrei della Repubblica Ceca non avevano una preparazione religiosa molto profonda ma per questo non posso dire che non credo in Dio. Nei campi di concentramento c’erano persone che credevano profondamente, ma che persero la fede perché si sono dette che se un Dio c’era tutto ciò non lo avrebbe permesso. Nei miei momenti più difficili chiamavo Dio. Ricordo che ero davanti al selezionatore, l’ufficiale delle SS, che selezionava le donne abili per il lavoro e io pregavo “Signore non farmi dividere da mia madre” e non fui divisa, siamo sopravvissute insieme.
Ci penso spesso a queste cose. Non amo il fanatismo religioso perché porta solo il male ma non mi piace neanche le persone che dicono di non credere a nulla. Non ho mai parlato con mia madre di questi argomenti, la morte la vivevamo quotidianamente.
Io penso che dopo la nostra morte rimane ciò che noi lasciamo, non riesco ad esprimerlo meglio di così perché sono argomenti molto difficili”.


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D: E’ mai tornata a Teresin e, se sì, cosa ha provato?

“Per tantissimi anni (45 circa) non sono mai tornata, ultimamente ci torno spesso, proprio per dare la mia testimonianza alla gente che va a visitare Teresin. Spesso ci vanno anche le scuole della Germania.
E io capisco la differenza se parlo con bambini della Repubblica Ceca o della Polonia o se parlo con bambini tedeschi.
A volte mi reco, su invito, in Germania a parlar di questo e non pensavo lo avrei mai fatto.
Quando ci sono andata per la prima volta cinque anni fa, mia nipote che è molto piccola, mi ha detto “nonna ma proprio tu, andare in Germania dopo tutto quello che ti hanno fatto …” e io le spiego che è un’altra generazione. Non parlo a chi mi ha imprigionata e torturata ma parlo ad un’altra generazione.
La situazione dei bambini tedeschi è molto particolare, io so che mio padre è morto e così i miei nonni, loro non sanno se i loro nonni hanno lavorato nei campi di sterminio, sono molto attenti a tutto ciò che dico ma sento che è come se portassero un peso sulle spalle, allora io dico loro che non hanno colpe per il loro passato ma che sono responsabili del loro futuro.
Posso dirvi che oggi mi fa molto male vedere che ci sono dei movimenti NeoNazisti”.

D: Ha notato differenza di trattamento se era affidata a donne
tedesche, le SS?
“No, le SS sia donne che uomini ci trattavano sempre male, anzi forse le donne si dimostravano più spietate e disumane”.

D: Come mai non era permesso studiare ma era permesso disegnare?

“Sembrava una cosa innocua perché non istruiva. Mentre leggere libri ed informarsi molto probabilmente era considerata una cosa pericolosa”.

D: Ha mai raccontato ai suoi figli cosa ha subito?

“Alcuni sopravvissuti non raccontano nulla, lasciarono addirittura il paese per andare in America. Io non l’ho ritenuto giusto. Non ho raccontato ai miei figli le maggiori atrocità. Nelle mie abitudini quotidiane mi è rimasto che non sono capace di buttare via un pezzo di pane, questo l’ho trasmesso ai miei figli”.

D: Come erano i rapporti con le altre prigioniere?

“L’amicizia che si è creata all’interno dei campi di concentramento è stata qualcosa di unico e grandioso, si può solo invidiarla. Ho fatto altre amicizie al di fuori del campo di concentramento ma le amicizie fatte la mi sono rimaste per sempre”.

D: Come è stato il ritorno in patria?

“Il ritorno a casa è stato durissimo, nessuno si aspettava che tornassimo. Fra tante difficoltà ci restituirono la casa, vuota, ma era qualcosa dove stare e non fu poco. Per molto tempo abbiamo sperato che tornasse anche mio padre perché non figurava nelle liste dei deceduti.
Io avevo 15 anni ma mi sentivo molto vecchie e stanca e ho fatto molta fatica ad integrarmi”.

D: Ha mai avuto discussioni con una/o prigioniera/o sopravvissuto che ha opinioni diversi dalle sue su ciò che è successo?

“No, mai, perché quando si dice la verità, la verità è una”.

D: I governi Cechi dopo la guerra come si sono comportati
con gli Ebrei?
“Ufficialmente non c’era ostilità, ma la si sentiva.
Non è mai stato facile.
Non ti dicevano i motivi ma se eri ebrea il lavoro non lo trovavi.
Nessun Governo però poteva cancellare Teresin e ciò che io disegnavo. Durante il Comunismo la più grande Sinagoga di Praga è stata chiusa per 40 anni, il motivo ufficiale era *umidità*, questa estate si è allagata ma la stanno già sistemando, di certo sarà aperta prima di 40 anni.
In tutto quel periodo noi Ebrei non siamo esistiti per lo stato Ceco”.

D: Dai campi di sterminio ha conservato qualche oggetto?

”Oltre ai miei disegni salvati grazie a mio zio, ho conservato l’unica cosa che mi era rimasta la stella di David Gialla”.

Grazie per la sua testimonianza.

Giorgia Santambrogio

www.giorgia.link
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